C’è un paradosso al cuore della biologia del CBG. Per tutta la vita della pianta, il cannabigerolo lavora per gli altri: nella sua forma acida è il precursore da cui si originano THC, CBD e quasi tutti gli altri cannabinoidi noti. Una volta terminato questo compito, ne rimane pochissimo nel prodotto finale, in genere meno dell’1% del peso secco. È questo processo che ha fatto guadagnare al CBG l’etichetta di “madre di tutti i cannabinoidi”: una definizione corretta, ma che ha finito per trasformarlo in una nota a piè di pagina. Il problema è che quella nota nasconde una storia ben più interessante.
Un profilo farmacologico a sé stante
A differenza del CBD, il CBG si lega parzialmente a entrambi i recettori cannabinoidi CB1 e CB2, con un’affinità per CB1 circa venti volte inferiore a quella del THC — sufficiente a interagire con circuiti che il CBD non raggiunge con la stessa precisione, senza produrre intossicazione. Agisce inoltre su canali TRP e sul recettore serotoninergico 5-HT1A, il che lo rende complementare — e per certi versi autonomo — rispetto agli altri cannabinoidi.
Il primo trial clinico sull'uomo
Nel luglio 2024 è stato pubblicato su Scientific Reports il primo studio controllato sull’uomo sugli effetti acuti del CBG. Condotto dalla Washington State University con l’UCLA, il trial ha dimostrato che 20 mg di CBG riducono significativamente ansia e stress rispetto al placebo, senza effetti cognitivi o motori avversi. L’aspetto più sorprendente: il CBG ha migliorato la capacità di richiamare sequenze di parole, un potenziamento della memoria verbale che i ricercatori hanno verificato più volte prima di ritenerlo valido. I limiti dello studio (campione ridotto, conduzione da remoto) richiedono cautela, ma si tratta della prima evidenza clinica diretta sull’uomo.
Uno dei fronti più inattesi riguarda la resistenza batterica. In uno studio che ha confrontato cinque cannabinoidi, il CBG ha mostrato l’attività antibatterica più potente contro MRSA, il temuto stafilococco resistente alla meticillina. Ha inibito la formazione di biofilm, eradicato le cellule “persisters” (le forme dormienti del batterio, immuni agli antibiotici convenzionali) e in modelli murini ha mostrato un’efficacia paragonabile alla vancomicina, l’antibiotico di ultima linea. Un risultato che, se confermato nell’uomo, collocherebbe il CBG tra i candidati più seri nella ricerca di alternative agli antibiotici tradizionali.
L'intestino e il microbioma
Il CBG ha mostrato effetti rilevanti anche sulle malattie infiammatorie intestinali. Uno studio dell’Università Federico II di Napoli (Borrelli et al., 2013) ha documentato su modello murino di colite che il cannabinoide attenuava l’infiammazione e riduceva la produzione di ossido nitrico nelle cellule immunitarie. Un’indagine più recente, pubblicata nel 2024 sul Journal of Pharmacology and Experimental Therapeutics, ha confermato l’effetto su un modello diverso di colite, aggiungendo un dato nuovo: il trattamento con estratto ad alto CBG modulava positivamente anche la composizione del microbioma intestinale.
La maggior parte degli studi sul CBG resta su modelli animali o in vitro. Il trial del 2024 è un primo passo clinico importante, non un punto d’arrivo. Quello che si può affermare con certezza è che il profilo di sicurezza appare solido: nessuna intossicazione, nessuna compromissione cognitiva, nessun effetto avverso rilevante. Il CBG ha ceduto la sua forma acida per costruire l’intera chimica del cannabis. Adesso che la ricerca comincia a studiarlo per quello che è — e non solo per quello che ha generato — le sorprese potrebbero non essere finite.
Exclusive feature article created by World renown Cannabis Author & Authority Mario Catania for CBD Clinic Care International


